Una conversazione con Jeannette Altherr, tra i designer della collezione Catifa (RE) 46.
Cosa vi ha motivato ad aggiornare questa collezione? In che modo questi aggiornamenti la rendono più rilevante oggi?
Venticinque anni sono un periodo molto lungo perché un oggetto rimanga rilevante — e Catifa ci è riuscita proprio perché non è mai rimasta ferma. Ogni evoluzione è stata una risposta al mondo che la circonda: a come viviamo, a ciò che valorizziamo e a ciò che comprendiamo delle cose che produciamo.
Negli ultimi anni questa comprensione è cambiata profondamente. La scelta dei materiali — da dove provengono e dove finiscono — è diventata cruciale. Così siamo tornati al cuore di Catifa, introducendo PaperShell e plastiche riciclate non come una dichiarazione, ma come una naturale conseguenza del pensare al design in modo onesto.
Quest’anno abbiamo rivolto l’attenzione ai rivestimenti. Non sono un dettaglio — un rivestimento definisce il carattere di una sedia tanto quanto la sua forma. I nuovi rivestimenti sono stati riprogettati attorno a un unico vincolo: nessuna colla.
Il risultato è una finitura che può essere rimossa e sostituita con facilità, estendendo la vita della sedia e mantenendo i flussi di materiali puliti e tracciabili. Questo è ciò che per noi significa revisione: non reinventare per il gusto di farlo, ma impegnarsi a fare le cose sempre un po’ meglio, ogni volta.




Catifa (RE) 46 amplia la propria versatilità con i nuovi rivestimenti. Quali cambiamenti nell’uso degli spazi avete voluto intercettare immaginando queste evoluzioni per la collezione?
Il cambiamento più interessante è cognitivo piuttosto che spaziale — riguarda il modo in cui progettisti, buyer e persino gli utenti finali iniziano a pensare al prodotto di design: non più come qualcosa da sostituire, ma come qualcosa che evolve nel tempo. Il rivestimento sostituibile è fisicamente un piccolo elemento, ma cambia il rapporto che una persona ha con l’oggetto.
Spazi con cicli di vita lunghi — hospitality, istruzione, ambienti corporate — dove ci si aspetta che l’arredo duri nel tempo e dove la possibilità di rinnovare o rivendere, invece di sostituire, diventa realmente preziosa sia da un punto di vista economico che ambientale.
Organizzazioni con impegni concreti sulla sostenibilità — non solo in fase di acquisto, ma anche nel modo in cui riportano e comunicano le proprie scelte. In questi contesti, la tracciabilità dei materiali e l’assenza di colle nei rivestimenti fanno la differenza.
Ecosistemi di rivendita ed economia circolare — qui il redesign dei rivestimenti diventa particolarmente significativo. Una sedia che può essere facilmente rinnovata prima di una seconda vendita rappresenta una proposta di prodotto diversa, e potrebbe cambiare il modo in cui i progettisti pensano al fine vita fin dall’inizio.
Le case — una sedia che si muove con te, attraverso spazi diversi, gusti diversi e diverse fasi della vita, è una proposta completamente diversa rispetto a una sedia che viene lasciata indietro o scartata quando cambia il contesto.
Il rivestimento sostituibile permette alla sedia di evolvere insieme alla persona che la possiede: un nuovo colore per un nuovo appartamento, un rinnovo dopo anni di utilizzo. E nella realtà della vita domestica — bambini piccoli, gatti, l’usura naturale di una casa vissuta — i rivestimenti in tessuto subiscono inevitabilmente più stress che in qualsiasi altro ambiente. Poterli sostituire facilmente, senza cambiare la sedia, non è solo un argomento di sostenibilità. È anche una questione pratica, che chiunque abbia posseduto un divano capisce immediatamente.
Questo tipo di longevità è silenziosa ma profonda, e parla di un desiderio crescente: possedere meno cose, ma migliori.