Biennale dell’arte come inno alle nuove alleanze

22 aprile 2022

© Felipe BaezaFelipe Baeza, Por caminos ignorados, por hendiduras secretas, por las misteriosas vetas de troncos recién cortados, 2020. Photo: Ian Byers-Gamber. Courtesy Maureen Paley, London. © Felipe Baeza

La 59a Biennale Internazionale d’Arte di Venezia, curata da Cecilia Alemani, riflette sui temi dell'identità umana e delle nuove convivenze tra sistemi animali, vegetali e non-umani. Per trovare nuove armonie e interpretazioni del mondo. Un tema che trascende le discipline e che guida oggi la ricerca anche nel settore del design [leggi anche il paragrafo “Nuove alleanze e il superamento dei confini tra i settori produttivi”].

Il titolo “Il latte dei sogni”, prende spunto dal libro di favole di Leonora Carrington (1917-2011), in cui l’artista surrealista descrive un mondo magico, dove è concesso cambiare, trasformarsi, diventare altri da sé. La mostra vuole essere un'allegoria di un secolo che impone una pressione intollerabile sull’identità. In uno scenario di oltre duecento artiste e artisti, storici e contemporanei, provenienti da 61 nazioni, la mostra ricollega i 127 anni di storia dell’istituzione veneziana alle istanze sociali, tecnologiche e ambientali dell'epoca contemporanea. Cercando risposte a interrogativi quali: come sta cambiando la definizione di umano? Quali sono le differenze che separano il vegetale, l’animale, l’umano e il non-umano? Quali sono le nostre responsabilità nei confronti dei nostri simili, delle altre forme di vita e del pianeta che abitiamo? E come sarebbe la vita senza di noi? Domande sulla convivenza su cui, trasposte nello scenario dello spazio fisico, si è interrogata anche la 17a Biennale di Architettura di Venezia [leggi anche “Per un diverso significato di insieme”].

La “Il latte dei sogni” include una maggioranza di artiste donne e di soggetti non binari, scelta che riflette un panorama internazionale in grande fermento creativo e che vuole essere un deliberato ridimensionamento della centralità del ruolo maschile nella storia dell’arte e della cultura attuali.


Cecilia Alemani, photo: Andrea Avezzù. Courtesy of La Biennale di VeneziaCecilia Alemani, photo: Andrea Avezzù. Courtesy of La Biennale di Venezia

La mostra raccontata dalla curatrice Cecilia Alemani

“'Il latte dei sogni'”, scrive la curatrice Cecilia Alemani, “non è una mostra sulla pandemia ma registra inevitabilmente le convulsioni dei nostri tempi. La Biennale assomiglia a tutto ciò di cui ci siamo dolorosamente privati in questi ultimi due anni: la libertà di incontrarsi con persone da tutto il mondo, la possibilità di viaggiare, la gioia di stare insieme, la pratica della differenza, della traduzione, dell’incomprensione e quella della comunione. Oggi il mondo appare drammaticamente diviso tra ottimismo tecnologico – che promette il perfezionamento all’infinito del corpo umano attraverso la scienza – e lo spettro di una totale presa di controllo da parte delle macchine per mezzo dell’automazione e dell’intelligenza artificiale. Questa frattura si è acuita ulteriormente con la pandemia da Covid-19, che ha intensificato ulteriormente le distanze sociali e ha intrappolato gran parte delle interazioni umane dietro le superfici di schermi e dispositivi elettronici. La pressione della tecnologia, l’acutizzarsi di tensioni sociali, lo scoppio della pandemia e la minaccia di incipienti disastri ambientali ci ricordano ogni giorno che, in quanto corpi mortali, non siamo né invincibili né autosufficienti, piuttosto siamo parte di un sistema di dipendenze simbiotiche che ci legano gli uni con gli altri ad altre specie e all’intero pianeta”.


Alexandra Pirici, Aggregate, 2017–2019. Photo: Andrei DinuAlexandra Pirici, Aggregate, 2017–2019. Photo: Andrei Dinu, © Alexandra Pirici

“In questo clima”, continua Alemani, “sono molte le artiste e gli artisti che ritraggono la fine dell’antropocentrismo, celebrando una nuova comunione con il non-umano, con l’animale e con la Terra, esaltando un senso di affinità fra specie e tra l’organico e l’inorganico, l’animato e l’inanimato. Altri reagiscono alla dissoluzione di presunti sistemi universali riscoprendo forme di conoscenza locali e nuove politiche identitarie”. “Il latte dei sogni” raccoglie dunque nuove armonie, convivenze finora impensabili e soluzioni sorprendenti, proprio perché prendono le distanze dall’antropocentrismo. “La mostra”, precisa Roberto Cicutto, Presidente della Biennale di Venezia, “è un viaggio alla fine del quale non ci sono sconfitti, ma si configurano nuove alleanze generate dal dialogo tra esseri diversi (alcuni forse prodotti anche da macchine) con tutti gli elementi naturali che il nostro pianeta (e forse anche altri) ci presenta”.

Andra Ursuţa, Predators 'R Us, 2020. Courtesy the Artist; David Zwirner; Ramiken, New York. © Andra UrsutaAndra Ursuţa, Predators 'R Us, 2020. Courtesy the Artist; David Zwirner; Ramiken, New York. © Andra Ursuta

I temi affrontati dalla mostra

“Il latte dei sogni” si sviluppa in tre aree tematiche: la rappresentazione dei corpi e le loro metamorfosi; la relazione tra gli individui e le tecnologie; i legami che si intrecciano tra i corpi e la Terra. Nell'elaborazione delle tre aree si intervallano cinque capsule tematiche, allestite dallo studio Formafantasma, che raccontano storie a prima vista minori o meno note, ovvero non ancora assimilate nei canoni ufficiali. Con un approccio trans-storico e trasversale, le capsule tracciano rimandi tra eredità metodologiche e pratiche artistiche simili, anche a distanza di generazioni.

In mostra, artiste e artisti sul tema una condizione postumana, mettendo in discussione la visione moderna e occidentale dell’essere umano – in particolare la presunta idea universale di un soggetto bianco e maschio, “uomo della ragione” – come il centro dell’universo e come misura di tutte le cose. Propongono mutazioni che ridisegnano nuove forme di soggettività e nuove anatomie, o che immaginano nuove combinazioni di organico e artificiale, sia come possibilità di reinvenzione del sé, sia come inquietanti premonizioni di un futuro sempre più disumanizzato.


Jessie Homer French, Oil Platform Fire, 2019. Courtesy the Artist; Various Small Fires Los Angeles, Seoul; Massimo de Carlo. © Jessie Homer FrenchJessie Homer French, Oil Platform Fire, 2019. Courtesy the Artist; Various Small Fires Los Angeles, Seoul; Massimo de Carlo. © Jessie Homer French

Si affiancano scenari ipertecnologici, che inventano nuove simbiosi tra animali ed esseri umani, oppure opere che oscillano tra tecnologie obsolete e nuovi miraggi del futuro. Si evidenziano narrazioni che sottolineano le preoccupazioni ambientaliste: molte artiste e artisti in mostra esaminano possibili e complessi rapporti con la Terra e la natura, ipotizzando inedite possibilità di convivenza con altre specie e con l’ambiente. O ancora artiste e artisti in mostra operano una critica alla Politica internazionale che si combina alla ricerca nel sociale, con progetti che rivisitano tradizioni locali e tradizioni millenarie, cercando di sovvertire stereotipi coloniali.

“Il latte dei sogni” è una pletora di linguaggi ed espressioni che ci pone interrogativi più che soluzioni e che ci invita a relativizzarsi. Alla ricerca di nuove alleanze e geografie in tutte le discipline del progetto [leggi anche “Migrazioni e nuove geografie urbane”].

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