Biofilia, una scienza per l'interior design

Sempre più spesso sentiamo il termine biofilia. E notiamo la tendenza a circondare gli spazi, anche di lavoro, di piante e installazioni green. Ma la biofilia è molto di più. Termine coniato dal biologo Edward Osborne Wilson (Biophilia, 1984), indica l’innata inclinazione a concentrare il proprio interesse sulla vita e sui processi vitali. Questa tensione verso il mondo vivente diventa una strategia progettuale applicabile su diverse scale: a partire dalla pianificazione urbana che cerca un nuovo rapporto tra spazio pubblico e verde, inteso non tanto come aree green, quanto come vera e propria riforestazione o reinnesto di vita faunistica in città. In questo senso, il network Biophilic Cities si propone come un bacino di esempi virtuosi intorno al mondo.

La tendenza alla biofilia tocca anche la sfera domestica, tanto da creare nuove tematiche di divulgazione, come nel caso del designer inglese Oliver Heath, che ha creato veri e propri handbook con consigli pratici per vari livelli di approccio. Sottolineando che il design biofilico è una strategia progettuale che risponde a precise risposte neurologiche: se l'ambiente presenta condizioni specifiche e un certo tipo di habitat, allora possiamo ridurre lo stress. Il contatto con la natura rallenta il battito cardiaco e induce la produzione di ormoni compensativi che stimolano l’interconnessione e la collaborazione. Gli ingredienti del biophilic design, spiega Heath (in un'intervista su Interni), sono elementi sia diretti – piante, acqua e i suoni – sia indiretti, come materiali e colori che richiamano habitat naturali e una composizione dello spazio il più possibile ampia e dalla vista circolare. Quest'approccio alla progettazione riporta lo sguardo sulla centralità e il benessere della persona.

Da sinistra, Tessa Duste e Nina Sickenga, founder di Moss; Bettina BoltenDa sinistra, Tessa Duste e Nina Sickenga, founder di Moss; Bettina Bolten

Più estesamente, che cosa significa progettare con un approccio biofilico? E quali competenze sono necessarie? La biofilia è di fatto una scienza applicata che sta vedendo nascere nuove figure professionali come i biophilic design consultant o una precisa categoria di progettisti del verde. Ne parliamo con Bettina Bolten, che da oltre sei anni si occupa di ricerca e divulgazione dei concetti di biofilia e supporta società e addetti ai lavori nell'integrazione di design biofilico e sostenibilità in architetture e interni. E con Nina Sickenga, co-founder con Tessa Duste di Moss, studio di Amsterdam specializzato in progetti di green design: dai giardini indoor ai tetti verdi intensivi, ai progetti di agricoltura urbana.

“La progettazione biofila”, spiega Bettina Bolten, “crea esperienze condivise e uniche per il vivere di oggi all’insegna del benessere e della salute psicofisica degli utenti. Rispetto a un normale approccio progettuale, il biophilic design integra in modo scientifico discipline molto diverse ma complementari tra loro. Non è un trend che riguarda l’inverdimento degli edifici ma una scienza applicata, che utilizza le scoperte sull’affinità dell’essere umano con la natura nella progettazione di ambienti artificiali. Il contatto diretto con il verde è solo uno tra diversi altri temi”.

Grafico sull’approccio scientifico e interdisciplinare del bilphilic design, a cura di Bettina BoltenGrafico sull’approccio scientifico e interdisciplinare del bilphilic design, a cura di Bettina Bolten

“La risposta è da ricercarsi nella nostra storia evoluzionistica millenaria. Per il 99,9% di essa abbiamo vissuto a stretto contatto con gli ambienti naturali. I nostri adattamenti a questi ambienti si sono codificati nel nostro patrimonio genetico favorendo la nostra tendenza a sintonizzarsi con la natura. Infatti, verifiche sperimentali hanno contribuito a definire i due costrutti scientifici alla base della biofilia: la fascinazione per la natura, che facilita la rigenerazione delle capacità cognitive dopo una fatica mentale, e il sentimento di affiliazione con essa, che ci aiuta a ridurre lo stress. Se l’ecologia è la scienza delle relazioni, solitamente di carattere fisico, che si instaurano in un ecosistema, l''ecologia affettiva' si occupa delle relazioni psichiche – emotive e cognitive – che noi esseri umani instauriamo con la natura”. E in questo ambito opera il design biofilico.

Foto: Tycho's Eye, Photography StijnstijlL’ufficio The Core in un ex garage Anni 50 ad Amsterdam, progetto CBRE, green design Moss. Forniture Arper: Cross, Kinesit, Pix

“Progettare con la biofilia”, commenta Nina Sickenga, “è davvero molto più ampio della semplice aggiunta di verde. Si pensi ai 14 'pattern di design biofilico' di Terrapin che si dividono in 3 categorie: la natura nello spazio, intesa come connessione diretta con essa, ad esempio attraverso la luce, il flusso dell'aria, gli stimoli sensoriali non ritmici; gli 'analoghi naturali' nelle forme e nei modelli biomorfici, che stimolano attraverso i materiali una connessione; la natura dello spazio, intesa come creazione nell'ambiente di prospettive, idee di rifugio, mistero o imprevisto. Dobbiamo ripristinare la nostra relazione con l'ambiente naturale in cui per milioni di anni ci siamo sviluppati. Oggi, l'80% della nostra popolazione vive in un ambiente urbano e trascorre quasi il 90% del suo tempo al chiuso, perdendo totalmente la connessione con la natura”.

Il giardino tropicale all’interno di Central Park a Utrecht, progetto GroupA, green design Moss, foto Jordi HuismanIl giardino tropicale all’interno di Central Park a Utrecht, progetto GroupA, green design Moss, foto Jordi Huisman

“Se si ricoprono grandi superfici con piante”, continua Sickenga, “si può ridurre il rumore in uno spazio, rendendo gli open space più confortevoli per lavorare. I fattori che influenzano l'assorbimento acustico sono la densità, le dimensioni e la superficie delle foglie delle piante, capaci di ridurre la deflessione e le rifrazioni delle onde sonore nell'ambiente. Per quanto riguarda il comfort climatico, secondo una ricerca della Wageningen University, l'umidità relativa negli ambienti con piante è mediamente superiore del 5% rispetto alle zone senza piante, percentuale che migliora in inverno. Ciò comporta una maggiore tolleranza da parte delle persone sia della temperatura calda sia di quella fredda e quindi un miglior comfort termico”.

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