Per un diverso significato di insieme

Atelier RITA, Emergency Shelter for Refugees and Roma Community, 2017. Courtesy David Boureau @urbamutability // All rights reserved 2020Atelier RITA, Emergency Shelter for Refugees and Roma Community, 2017. Courtesy David Boureau @urbamutability // All rights reserved 2020

Come vivremo insieme? Se, dopo oltre un anno di distanziamento sociale, saremo ancora in grado di farlo! E, soprattutto, che cosa significa coabitare, coesistere? How will we live together è il titolo e la domanda alla base della 17a Biennale di Architettura di Venezia, curata da Hashim Sarkis, il quale ha posto i progettisti di fronte a cinque differenti scale, non dimensionali, ma di convivenza: tra differenti specie; tra nuove famiglie; tra comunità emergenti; tra i confini geografici e politici; come un unico pianeta. Con questa Biennale, Sarkis chiede all'architetto di essere un catalizzatore tra discipline differenti, con l’obiettivo  di progettare uno spazio fisico che rispecchi queste relazioni. In questa prospettiva, lo spazio fisico ha il ruolo di un “patto sociale” che abilita le relazioni culturali, sociali e politiche, non solo tra individui, ma anche con il mondo naturale.

Hashim Sarkis. Photo by Jacopo Salvi, Courtesy La Biennale di VeneziaHashim Sarkis. Photo by Jacopo Salvi, Courtesy La Biennale di Venezia

“L’attuale pandemia globale”, spiega Hashim Sarkis nel suo testo introduttivo per la presentazione alla stampa, “ha reso la domanda di questa Biennale ancora più rilevante, seppure in qualche modo ironica, visto l’isolamento imposto. Tuttavia, sono proprio le ragioni che inizialmente ci hanno portato a porla – l’intensificarsi della crisi climatica, i massicci spostamenti di popolazione, le instabilità politiche in tutto il mondo e le crescenti disuguaglianze razziali, sociali ed economiche, tra le altre – a condurci verso questa pandemia. Non possiamo più aspettare che siano i politici a proporre un percorso verso un futuro migliore. Mentre la politica continua a dividere e isolare, attraverso l’architettura possiamo offrire modi alternativi di vivere insieme.”

Bureau of Engineering, Michael Maltzan Architecture, Inc. / HNTB Corporation, “City of Los Angeles,” Sixth Street Viaduct. Courtesy Michael Maltzan ArchitectureBureau of Engineering, Michael Maltzan Architecture, Inc. / HNTB Corporation, “City of Los Angeles,” Sixth Street Viaduct. Courtesy Michael Maltzan Architecture

How will we live together? Una domanda aperta

How: parla di approcci pratici e soluzioni concrete, invitando il pensiero architettonico al “problem solving”. Will: segnala uno sguardo rivolto al futuro, la ricerca di visione e determinazione. We: è la prima persona plurale, inclusiva di altri popoli e specie, che fa appello a una comprensione più empatica dell’architettura. Live: significa non semplicemente esistere ma prosperare, abitare ed esprimere la vita, attingendo all’intrinseco ottimismo dell’architettura. Together: implica spazi comuni, valori universali, evidenziando l’architettura come forma di espressione collettiva. ?: Indica una domanda aperta e non retorica.

PRÁCTICA, “River Somes, Urban Beach,” River Somes: Across Communities and Ecosystems, 2017-ongoing. Courtesy PRÁCTICAPRÁCTICA, “River Somes, Urban Beach,” River Somes: Across Communities and Ecosystems, 2017-ongoing. Courtesy PRÁCTICA

Il contratto spaziale

Ogni spazio che progettiamo incide sulle dinamiche sociali in essere e al tempo stesso ne propone un’alternativa. “Abbiamo bisogno di un nuovo contratto spaziale”, continua Sarkis. “In un contesto di divisioni politiche acutizzate e disuguaglianze economiche crescenti, chiediamo agli architetti di immaginare spazi in cui possiamo vivere generosamente insieme come esseri umani che, nonostante l'individualità crescente, desiderano ardentemente connettersi tra loro e con altre specie attraverso lo spazio digitale e reale; come nuovi nuclei familiari alla ricerca di spazi abitativi più diversificati e dignitosi; come comunità emergenti che reclamano equità, inclusione e identità spaziale; oltre i confini politici per immaginare nuove geografie di associazione; come pianeta che sta affrontando crisi che esigono un’azione globale affinché tutti noi continuiamo a vivere”.

SOM, “Moon Village Earth Rise,” Life Beyond Earth, 2020. Courtesy SOM | Slashcube GmbHMoon Village Earth Rise,” Life Beyond Earth, 2020. Courtesy SOM | Slashcube GmbH

L'impegno attivo dell'architettura

Non esiste una risposta progettuale univoca, né possiamo più ricorrere a modelli standardizzati. L'architettura deve essere consapevole delle implicazioni politiche e sociali che induce. Perché se la politica e le politiche stabiliscono i termini e i processi per la vita collettiva, è nello spazio costruito che le persone si riuniscono e plasmano il contratto sociale stabilito. Osservare il modo in cui le società modellano gli spazi potrebbe essere tanto importante quanto osservare i loro stessi codici etici. L'evoluzione nelle relazioni sociali, il rapporto con la tecnologia e l'ambiente pongono quesiti che richiedono all'architettura flessibilità, capacità di adattamento e, soprattutto, pluralità di visione. “I nostri corpi hanno acquisito nuove protesi e, sempre più, la nascente libertà di esprimere generi fluidi. Si diversificano e si liberano dall’uniformità, ma i criteri architettonici di comfort sono ancora basati su approcci standardizzati che confinano il corpo e lo separano dal proprio ambiente. La nostra vita familiare si è evoluta e diversificata, ma continuiamo a replicare fino alla nausea il modello della casa familiare nucleare insieme agli intrinseci pregiudizi di gerarchia e privacy. Le nostre relazioni sociali sono diventate più diffuse e diversificate, tuttavia lo spazio della comunità è ancora incentrato su valori associativi che tendono a essere più chiusi in se stessi e claustrofobici. Le nostre città da tempo si sono espanse oltre il modello centralizzato di uso del territorio e gruppi di reddito separati, ma spesso continuiamo a pensare alla città ideale come a una città con un centro, gerarchie sociali organizzate spazialmente e con le spalle rivolte al rurale e alla natura”.

Alison Brooks, ”Axonometric,” Home Ground, 2020. Courtesy Alison Brooks ArchitectsAlison Brooks, ”Axonometric,” Home Ground, 2020. Courtesy Alison Brooks Architects

Con queste premesse, Sarkis raccoglie le opere di 112 partecipanti provenienti da 46 Paesi, proclamando un rinnovato impegno attivo per l’architettura. “Gli architetti stanno ora ripensando i loro strumenti per affrontare i problemi complessi che si trovano di fronte; stanno anche ampliando il loro tavolo di discussione per includere altri professionisti e cittadini. Sono, ora più che mai, chiamati a proporre alternative. Verso un contratto spaziale che sia al tempo stesso universale e inclusivo, un contratto allargato affinché i popoli e le specie coesistano e prosperino nella loro pluralità”. 

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