L’università tra didattica e classi blended

L’impatto dell’emergenza pandemica nella didattica e nella progettazioni degli ambienti.

La pandemia porta l’università di fronte a grandi cambiamenti, non solo nella didattica ma anche nell’organizzazione degli spazi. Ma l’accelerazione di questi ultimi mesi può essere l’occasione per riflettere in modo strategico su nuove soluzioni d’arredo e ambienti più flessibili e interattivi.

Politecnico di Milano, Campus Candiani

Introduzione

Le università italiane aprono le porte, in sicurezza. Un concetto che ha visto non poche difficoltà, tra il rispetto dei protocolli per tutelare studenti e personale, la funzionalità delle aule didattiche e dei servizi, e la libera circolazione degli individui, perché gli atenei continuino a essere luogo di incontro e di scambio del sapere.

Tuttavia non è solo la sicurezza a mettere alla prova le università, ma anche la crisi economica innescata dall’emergenza sanitaria: si calcolano 35 mila nuovi iscritti in meno e perdite per gli atenei da 46 milioni di euro (fonte Osservatorio Talents Venture). Ad essere più colpite le università con gran parte degli studenti fuori sede o appartenenti ai contesti socioeconomici più fragili. Nel caso di Milano, si stima un decremento delle immatricolazioni del 4,9% al Politecnico di Milano, del 4,1% alla Cattolica e del 68% Bocconi, con oltre 2.700 studenti che non risiede in Lombardia. A tal proposito, l'Università Bocconi (la n. 7 nel QS World University Ranking nelle materie di Business & Management) ha costituito un fondo Covid19 di 3 milioni di Euro, destinato agli studenti in difficoltà a causa della pandemia, a cui si aggiungono i 30 milioni che ogni anno l’istituto destina alle agevolazioni economiche.

La situazione di emergenza, però, può stimolare visioni per il futuro che non siano solo mere risposte alle problematiche contingenti. Così da ripensare alla didattica, al momento in formula mista tra lezioni online e in presenza, e progettare soluzioni olistiche capaci di diversificare il modo in cui oggi si esperisce l’università: dalle planimetrie agli arredi, dai materiali alle tecnologie, dai comportamenti ai protocolli.

Georgetown University - School of Continuing Studies, USA. © Bruce DamonteGeorgetown University - School of Continuing Studies, USA. © Bruce Damonte

I La didattica “blended”

La cosiddetta didattica “blended”, ovvero il modello misto tra online e in presenza potrebbe durare a lungo. “Si continuerà con l'offerta didattica a distanza per garantire i diritti allo studio per coloro che non possono essere presenti, numerosi in Lombardia, o chi non può seguire per problemi geografici. Questo è un messaggio molto importante. Bisogna ritornare in aula, nei laboratori, nelle biblioteche per seguire attività pratiche e lezioni”, ha dichiarato all’inizio di Settembre il ministro dell’Università e della Ricerca del Governo italiano Gaetano Manfredi.

L’online, dicono gli atenei, dovrà essere utilizzato per attività che possono essere svolte da remoto e in modo asincrono. Mentre l’offline dovrà essere preferito per valorizzare l’interazione, il confronto e l’apprendimento sul campo. In Bocconi, proprio per l’alta percentuale dei fuori sede, il 90% degli studenti ha scelto il modello didattico misto, che consente di svolgere il 50% del programma in presenza - tutte le attività per lo studio individuale o di gruppo sono regolate da un sistema di prenotazione degli spazi tramite app. La didattica, dunque, prevede lezioni teoriche erogate in remoto a tutta la classe e lezioni più applicative da seguire in presenza al 50% degli studenti per volta. Tutte le lezioni sono comunque disponibili in streaming, sincrono e asincrono.

La Bocconi ha investito oltre 3 milioni di Euro per dotare le aule delle tecnologie che consentano anche agli studenti online di partecipare alle lezioni in modo immersivo, per la sanificazione degli spazi, i presidi medici aumentati, i dispositivi di sicurezza e distanziamento sociale. "La vita di campus è fondamentale per vivere a pieno la vita universitaria, ma dobbiamo anche sfruttare al meglio il digitale per migliorare e rendere più efficace l'apprendimento e disegnare così il nuovo modello didattico per il futuro", spiega il rettore Gianmario Verona [fonte Repubblica, 31/08/2020].

Quanto alla didattica a distanza, c’è da auspicarsi che il suo aspetto più meritevole, ovvero l’essere più inclusiva nei confronti di coloro con problemi di accesso fisico e disabilità, possa essere ulteriormente incentivato e implementato.

Università Bocconi, Milano

II Lo spazio, terzo educatore

Quasi tutti gli atenei hanno adottato protocolli di sicurezza a tutela di studenti e personale: barriere in plexiglass negli uffici aperti al pubblico, posti in aula e servizi da prenotare via mail o app, sistemi di “wayfinding” tracciati sul pavimento con i percorsi da seguire e le indicazioni per il distanziamento, termo-scanner per il controllo della temperatura e dispenser per la disinfezione delle mani.

Le aule saranno organizzate per accogliere alla metà della propria capienza. Tuttavia, la necessità di distanziamento può essere un’occasione per riflettere sulla relazione tra spazio e didattica: ovvero, lo spazio come il “terzo educatore”. Perché il modo in cui lo si arreda e organizza ha un’influenza sulle relazioni tra le persone, più o meno gerarchiche o dirette, sulla qualità dell’ascolto reciproco e anche sul metodo di lavoro. Ogni materia di insegnamento dovrebbe infatti avere la configurazione spaziale che più si confà al contenuto dell’insegnamento.
Sia pure relativamente a livelli d'istruzione diversi, lo hanno messo in evidenza Maria Montessori con i suoi arredi scolastici, Emma Castelnuovo negli Anni 50 e Nora Giacobini, fondatrice del Movimento di cooperazione educativa di Roma, nei primi Anni 60. Tutte accomunate dall’idea di poter fare didattica in spazi flessibili e configurazioni degli arredi non necessariamente frontali od ortogonali. Pertanto, proprio nell’ottica di una didattica “blended”, pensare che l’innovazione sia solo legata alle strumentazioni tecnologiche o alle modalità di insegnamento online è fuorviante. Nell’era del “new normal” post-Covid, anche la parte in presenza deve essere ripensata attraverso il design di prodotto e l’architettura degli spazi.

Arper CilaGo, H-Farm, Treviso. © Marco CoviArper CilaGo, H-Farm, Treviso. © Marco Covi

III Soluzioni d’arredo

Nonostante l’impellente necessità di distanziamento e, in generale, della riduzione della densità delle persone negli spazi degli atenei, la questione della riorganizzazione degli ambienti per la didattica può essere vista come un’opportunità progettuale: per ragionare sulle planimetrie e la disposizione degli arredi, passando dalla mera emergenza alle visioni future.

La riconfigurazione degli spazi condivisi e della didattica si bilancia tra la necessità di attenersi ai protocolli di sicurezza e la libertà di circolazione degli individui. La riduzione della densità delle persone nelle aule porta a concepire classi più piccole e a gestire in modo più efficiente gli spazi antistanti alle classi, con nuove aree aperte per riunioni di gruppo, sfruttando gli arredi per allestimenti flessibili e schermi mobili per creare confini. Gli spazi di passaggio possono quindi essere riconfigurati massimizzando l’utilizzo delle pareti fisse, allestite ad esempio con lavagne e schermi, che diventano le porzioni di nuove zone di sosta o di studio provvisorie.

Flessibilità e riconfigurabilità degli arredi - dai banchi alle sedute con piani d’appoggio, dai pannelli freestanding fonoassorbenti alle pareti mobili - sono uno degli ingredienti per ambienti che si adattano alle necessità della formazione e dello studio in presenza. A tal proposito, nella configurazione dei banchi nelle aule, i piani non devono essere necessariamente disposti in maniera parallela o “face to face”, ma diversamente orientati in modo da ridurre la necessità di barriere fisiche.

In una visione che guarda al futuro, i materiali delle suppellettili che devono poter consentire la pulizia e la disinfezione senza degradarsi nel tempo, diventeranno il nuovo standard. La qualità e durevolezza dei materiali e dei tessuti insieme a un design che faciliti la manutenzione diventeranno criteri di scelta. Quanto alla tecnologia, inevitabilmente sempre più integrata in edifici “intelligenti”, è auspicabile che dalla prima fase di rilevazione della temperatura o della presenza, si passi alla qualificazione di aspetti più legati al benessere.

Politecnico di Milano, Campus Candiani

IV Intervista a Luisa Collina,
Preside Scuola del Design
del Politecnico di Milano

Più da vicino, quali sono state le scelte nel caso del Politecnico di Milano, ateneo al sesto posto nella classifica QS World University Ranking per l’area disciplinare Art&Design e prima tra le facoltà italiane?
“Abbiamo dovuto fare un cambio di strategia”, racconta Luisa Collina, Preside Scuola del Design del Politecnico di Milano: “prima del Covid avevamo avviato un progetto pilota per sperimentare nuovi luoghi, accessoriati con tecnologie più immersive e arredi più flessibili che consentissero postazioni per il docente più ‘nomadi’, ad esempio con proiettori orientati in più direzioni. Per consentire a materie di design, architettura e ingegneria di trovare il modo più consono e coinvolgente per essere insegnate. A causa del Covid 19 il progetto è in standby e le risorse sono state allocate sulle dotazioni tecnologiche delle aule, per facilitare la didattica mista attraverso la piattaforma Cisco Webex, fornita di telecamera che segue il docente nei pressi della cattedra”.

Quali sono le principali problematiche della didattica a distanza?
“Garantire la qualità per chi non è in presenza e scongiurare l’eterogeneità che la formula mista crea. L’insegnamento nello spazio fisico è sicuramente più arricchente, considerando anche l’interazione tra le persone che si crea non solo in aula ma in tutti gli spazi del campus, dalle aree break ai corridoi. Tuttavia, la didattica a distanza rende più accessibili ospiti internazionali, arricchendo l’esperienza”.

Che cosa è più cambiato nella didattica post-covid?
“Il lavoro dei docenti è diventato quasi ‘televisivo’, con una pianificazione dei contenuti quasi da broadcast e lezioni più brevi ed eterogenee nei contenuti. La didattica e, conseguentemente, lo spazio in cui si svolge si spostano dalla dimensione monodirezionale e passiva a una formula più attiva e ingaggiante. Ad esempio, nel caso del laboratorio progettuale in presenza è necessario uno spazio flessibile, dove poter organizzare un lavoro in team e momenti di lezione frontale, per ritmi di didattica alternata che non possono svolgersi con i tavoli fissi, le sedute o i proiettori tradizionali. Tuttavia, la risposta al cambiamento non è soltanto nella tecnologia sofisticata, quanto piuttosto nella progettazione di un ambiente fisico immersivo e coinvolgente. Da non confondersi con gli spazi estrosi con il calcio-balilla che si è soliti vedere negli studi creativi internazionali!”.

© Adrià Cañameras

V intervista a Jeremy Myerson,
Helen Hamlyn Chair of Design,
Royal College of Art, Londra

Anche il Royal College of Art (al primo posto nella classifica QS World University Ranking per l’area disciplinare Art&Design) sta sperimentando un modello di didattica blended, un sistema di wayfinding e di contingentamento degli spazi per gestire il flusso di studenti all’interno. Alcuni dipartimenti, come l’Helen Hamlyn Center, che segue studenti PhD e ricercatori, non hanno riaperto per allocare quegli spazi alle classi in presenza. Ma quale impatto questa forma di didattica avrà sull’insegnamento delle materie creative come l’arte e il design?

“La formazione in questi ambiti è qualcosa di collaborativo, contagioso”, spiega Jeremy Myerson, Professore di Design all’Helen Hamlyn Center, “si basa sul faccia a faccia, sui laboratori, sui seminari in presenza e la relazione umana tra studenti e professori. Non è come insegnare letteratura. Il nostro problema maggiore, al momento, è regolamentare gli accessi ai laboratori di progettazione con le loro facilities che sono parte fondamentale dell’apprendimento. Purtroppo al momento, la scuola d'arte diviene uno ‘spazio programmato’, limitato allo scambio tra persone nella stessa ‘bolla’, un luogo dove accade meno serendipità e le relazioni sono meno spontanee. Ed essendoci più lezioni online, verrà meno quella relazione, quel ‘capitale umano’, che è possibile costruire con compagni e professori nella didattica in presenza. Ma confido che gli studenti sappiano trovare nuove modalità di incontro, forse al di fuori del campus, nello spazio pubblico, nei caffè - un po’ come sta accadendo nel caso dello smart working, in cui si trovano soluzioni provvisorie di prossimità alla propria casa. Allora, forse, l’università troverà nuovi format educativi”.

Rimaniamo
in Contatto
Per te informazioni su prodotti,
eventi, storie e altre novità.

Lasciati ispirare dalla nuova app Arper

Scarica l’app Arper sul tuo tablet, e comincia a esplorare il nostro mondo in un modo completamente nuovo!

Per offrirti la migliore esperienza di navigazione possibile nel nostro sito Web utilizziamo cookie, anche di terza parte. Continuando la navigazione dichiari di accettare e acconsentire all’utilizzo dei cookies in conformità con i termini d’uso espressi. Per saperne di più e per modificare le tue preferenze consulta la nostra Informativa Privacy