Colore: Jennifer Brook

© Jennifer Brook

Jennifer Brook
Professionista del design

Jennifer Brook è una professionista del design e lavora a Dropbox, San Francisco, dove si occupa di ricerca nel design. Precedentemente, Jennifer ha insegnato alla SVA di New York e diretto una sua agenzia di ricerca e consulenza strategica.

Presentazione

Sono una professionista del design che ispira e sostiene individui, gruppi e organizzazioni attraverso la facilitazione, il lavoro sul campo, le visioni, la magia, il colore e le pratiche analogiche. Creo e facilito workshop bizzarri, insegno e pratico un design centrato sull’uomo, raccolgo ed estraggo pigmenti dalla terra, e realizzo personalmente i miei blocchi da disegno.


Sul colore sotto i nostri piedi

Circa quattro anni fa, ho iniziato a riflettere su questa domanda: come posso saperne di più sul colore della terra – il mondo sottostante a quello su cui poggio i piedi? A New York è molto difficile trovare qualunque tipo di terreno, perché tutto lo spazio è pavimentato.
Un giorno, stavo camminando lungo Bergen Street, a Boerum Hill. Stavano facendo dei lavori sulla carreggiata, un intervento alle tubature, e c’era questa enorme quantità di terra scavata dal suolo e lì ammucchiata. Ne ho raccolta un po’ e l’ho sottoposta a un processo, appreso da un altro artista, chiamato levigazione. Il terreno è composto di tre elementi: pigmento, sabbia/roccia e torba. Attraverso la levigazione è possibile separare, in acqua, questi tre diversi elementi e ottenere un campione puro di pigmento. E così, ho preso una borsa con la zip e nei due giorni seguenti mi sono dedicata, nel mio studio, all’estrazione del colore: mi sono ritrovata con un campione di pigmento che rappresentava il colore del terreno di Brooklyn. Guardandolo, ho notato una corrispondenza cromatica quasi esatta con la pietra arenaria. Ho parlato di questo con diverse persone: e ho appreso che la pietra arenaria viene estratta nel New Jersey, un posto relativamente vicino dal punto di vista geografico. Questa cosa mi ha dato come una scossa al cervello: in un modo o nell’altro, il colore, la terra reale, è esternalizzato – in questa città cementificata con la quale non avresti, altrimenti, alcuna relazione emotiva diretta.

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Avevo in programma un viaggio in Spagna e Portogallo e ho deciso di sfruttarlo per dare una risposta a quella mia domanda. Ho noleggiato un’auto e ho girato la penisola iberica per circa un mese, accumulando sacchi di terra nel bagagliaio. Inizialmente mi sono diretta da Barcellona verso nord-ovest: guardavo, scrutavo il ciglio della strada (per inciso: le fratture sul manto stradale sono un ottimo posto dove raccogliere il colore). Nel corso di quelle settimane ho raccolto dodici campioni. Ho fotografato i siti di prelievo, preso appunti sul campo: in una pensione rurale, ho potuto fare il processo di distillazione. Ora, immaginate il tipo di rifiuti generati da un processo industriale: con la distillazione del pigmento è un po’ la stessa cosa, su scala minore. Occorre moltissima acqua ed è un procedimento che origina un mucchio di confusione, quindi ho bisogno di un posto dove poter lavorare e non rendere la confusione così evidente. Ecco, potrei raccontare di come sono riuscita a farlo nella vasca da bagno di un convento – una pessima idea, veramente pessima.

Dopo quei primi 12 pigmenti, la mia curiosità non era sazia per nulla: più raccoglievo colore dalla terra, e più le domande aumentavano. All’inizio a muovermi era solo il desiderio di sporcarmi le mani, entrare in contatto con la materia; poi, dopo aver fatto ricerche sui libri, ho cominciato a dare un senso all’esperienza che stavo facendo. Dalla Spagna in avanti, ho raccolto circa 50 pigmenti. Da un paio d’anni ho rallentato il ritmo, in modo da approfondire la parte teorica e poter anche scriverne.

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Di che colore è la terra?

Adesso posso rispondere con consapevolezza. I nostri piedi poggiano letteralmente su una palla rotante di colori erotici ed esplosivi. Abbiamo perso la connessione diretta con la terra. Abbiamo perso queste conoscenze. La maggior parte di noi, quando parla del colore della terra, pensa alle classiche “tonalità terrose”, che hanno una connotazione molto specifica: in genere, tutte le sfumature del marrone. Ma dai campioni che ho nel mio studio, io so che la terra ha un’incredibile gamma di colori – dai rosa ai gialli, dai blu ai verdi.


Colore e personalità

Ripenso alla provocazione di Arper, che il colore determina la personalità: ebbene, il colore è personalità. Più tardi, quando ho iniziato a trasformare i colori raccolti in materiale per artisti – rendendoli acquerelli, pastelli o gessi – ho scoperto che ogni pigmento si comporta in modo diverso. Alcuni sono burrosi e vellutati ed è una gioia lavorarli; altri impiegano più tempo per aprirsi. Ognuno ha un corpo e una personalità.

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Sulla natura del colore

Due autori mi hanno aiutata a dare forma al mio punto di vista e a descrivere con le parole giuste ciò che io avevo solo intuito: David Batchelor e Michael Taussig. Sia Taussig che Batchelor spiegano che la maggior parte delle nostre interazioni con il mondo del colore è mediata dalle sostanze chimiche.

Negli ultimi 20 anni abbiamo acquisito consapevolezza di questo “predominio del sintetico” in molti settori. L’alimentare, per esempio. Abbiamo iniziato a mettere in discussione la nostra relazione con il cibo prodotto in serie: l’Italia è la culla del movimento slow food. Ci siamo aperti a questi interrogativi in vari aspetti della nostra vita, ma non ho visto nessuna apertura quando si tratta di colore. La nostra relazione con il colore sintetico è ubiquitaria, nel mondo progettato e costruito: vestiti, mobili, edifici…

Eppure questa esperienza che come esseri umani facciamo è molto recente, perché il colore sintetico è stato scoperto solo nel 1856. Prima di allora, tutti gli ambienti in cui vivevamo e che circondavano la nostra esistenza provenivano dalla terra: tramite o pigmenti o tinture naturali. Negli ultimi 200 anni è cambiato tutto, e oggi la nostra esperienza predominante è con il colore sintetico. Che cosa significa, per noi, interagire con ambienti, oggetti e città che sono prevalentemente artificiali? Che cosa è stato perso?

Inoltre, se guardiamo alla storia dell'architettura, del design e dell'arte, il colore è sempre stato considerato molto femminile e primitivo. David Batchelor ne parla nel suo libro, “Chromophobia”: tutte storie sulla sottomissione del colore. Linea e forma, invece, sono sempre state maschili. A cosa potrebbe portare – culturalmente, socialmente – la scelta di non umiliare più il colore? Di non considerarlo più secondario? Cosa significa entrare in relazione con il colore? Dare dignità al ruolo che ha nella nostra vita e nel mondo che ci circonda?

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