Ichiro Iwasaki racconta Kiik

Courtesy of Iwasaki Design Studio

È nato a Tokyo, ma il suo background è nel design italiano:
lo studio di Ichiro Iwasaki spazia dai prodotti per la casa all’elettronica ai mobili — come la collezione Pix, progettata per Arper. Qui, Iwasaki ci parla di Kiik, la sua ultima creazione, e degli spunti e delle osservazioni che l’hanno ispirata.



Quali sono state le tue fonti di ispirazione nel progettare Kiik?

Ho iniziato a progettare Kiik osservando spazi pubblici come parchi, musei, aeroporti, luoghi dove le persone sono in movimento. Oggi gli spazi pubblici sono dinamici e attivi, e soddisfano un’ampia serie di esigenze: sosta e movimento, attività e riposo, lavoro e vita privata, impegno e svago. C’è chi semplicemente sta in piedi, chi conversa con altri, chi telefona, chi aspetta appoggiato a un muro, chi lavora al computer o riposa. I divani tradizionali, se paragonati a Kiik, non sono compatibili con questa varietà di stili di vita. Kiik è stato progettato per rispondere alle esigenze della vita moderna. È un sistema modulare che ti permette di sedere, stare in piedi, stenderti, chiacchierare, leggere, scrivere, osservare, mangiare, aspettare, pensare, lavorare, riposare o qualsiasi altra cosa. La sua fonte di ispirazione è stata l’osservazione di ciò che le persone chiedono a uno spazio pubblico e di come lo utilizzano.


Che contesti avevi in mente quando hai progettato Kiik?

Kiik è molto flessibile, dunque si adatta a contesti molto diversi: spazi ampi o ristretti, domestici o pubblici, per essere utilizzato da solo o in gruppo. Lo immagino come luogo per riposare, giocare, studiare o lavorare.

Courtesy of Iwasaki Design Studio

Qual è il tuo approccio alla modularità nella collezione Kiik?

La maggior parte dei divani modulari sono configurati collegando fra loro i singoli pezzi. Con Kiik volevamo ottenere qualcosa di diverso e rendere la collezione ancora più flessibile. Il sistema di Kiik permette a ogni modulo di essere utilizzato singolarmente o collegato ad altri per formare una configurazione: vuol dire che non ci sono limiti alle tipologie di configurazioni che si possono ottenere e questo rende Kiik ulteriormente compatibile con i contesti più disparati. È dunque la scalabilità piuttosto che la modularità a definire Kiik.


Come definiresti l’estetica geometrica della collezione?

Volevamo creare un sistema che fosse semplice da usare come le costruzioni in legno. La geometricità della collezione nasce dal desiderio di avere forme che permettessero una facile modularità e scalabilità: è emersa come intuizione dalla pianificazione del flusso di utilizzo degli spazi.


Come sei arrivato al concetto di console?

Abbiamo bisogno di mobili che si adattino con grande flessibilità al nostro modo di lavorare. Ad esempio, nel mio ufficio c’è un tavolo su misura, alto e spazioso, dove ci troviamo spesso per discutere nuovi progetti, disegnare e pensare. Nel mio studio, pensare in piedi o pensare camminando sono diventati una parte importante della routine — e vedo che questo accade sempre più spesso anche in altri posti di lavoro. Mi sono accorto che una variazione nel contesto rende la mia mente più lucida e la conversazione più fluida. Abbiamo creato la console alta per rispondere proprio a questo tipo di necessità.
Le console medie e basse sono il fulcro della collezione Kiik e possono essere accostate al divano. Ma trovo siano molto adatti anche i pouf Pix, da disporre attorno alle console, oppure da utilizzare come scrivanie con le loro sedie. Abbiamo anche previsto la possibilità del collegamento elettrico, per soddisfare le esigenze di un ambiente di lavoro contemporaneo.

© Maria Fallada

Da dove hai preso ispirazione per Kiik ottoman?

Il mio design è influenzato dall’abitudine tipicamente asiatica della “seduta bassa”. In Asia, le persone siedono tranquillamente a terra o in sedute di altezza ridotta. Inevitabilmente, tendono ad assumere una posizione più rilassata, ad esempio allungando le braccia dietro la schiena. La combinazione di seduta e tavolino bassi incoraggia un modo di sedere rilassato e molto aperto e le sedute della collezione Kiik, nelle loro diverse combinazioni, permettono di sfruttare molteplici prospettive, posture e punti di vista. Penso che questo sia uno stile di sedute molto contemporaneo e in sintonia con le necessità di oggi.

© Eva Palomar

Quali sono gli elementi in comune fra Pix e Kiik? E come si è evoluta la tua collaborazione con Arper nella creazione di queste due collezioni?

Sia Pix che Kiik vanno viste come occasioni di incontro. Entrambe sono proposte modulari. E in entrambi i casi, c’è questa idea centrale della dimensione e della relazione — la distanza fra persona e persona, e fra persona e oggetto. Riflettere sulla relazione tra gli oggetti e le loro proporzioni significa riflettere sul modo che abbiamo di interagire gli uni con gli altri.
Collaboro con Arper da dieci anni e il nostro approccio al design non è per niente cambiato. Ci siamo chiesti: cosa dovremmo progettare e, soprattutto, perché? Entrambi lavoriamo per un obiettivo comune, anche se da diverse sfere culturali. Questo, va detto, ci ha permesso di avere dei confronti estremamente densi, perché ognuno cerca di assumere il punto di vista dell’altro. È una franchezza davvero appagante, dove la relazione è fatta sia di scoperta sia di reciproca stima.

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