Famiglia: Oana Stanescu

© Rob ‘t Hart

Oana Stanescu, Family
Architetto
 

Oana Stanescu è un architetto rumeno che gestisce il suo studio di design omonimo da New York. Co-fondatrice dello studio di architettura newyorkese Family, è stata recentemente selezionata per il MoMA PS1 YAP 2019. I suoi progetti includono + POOL, una piscina galleggiante e filtrante, oltre a una vasta gamma di collaborazioni con Nike, MoMA, Virgil Abloh, The Office of PlayLab, 2x4, Arup, New Museum, Storefront per l'arte e l'architettura, Need Need, Fool's Gold, Kanye West e molti altri. Attualmente insegna presso l'Architectural Association di Londra e la Harvard Graduate School of Design.

Presentazione

Facciamo ogni sorta di lavori, su varie scale. Alcuni sono più architettonici di altri, ossia: alcune cose sono puramente concettuali o sperimentali e non necessariamente orientate a uno spazio. In parallelo con la pratica, insegno: cosa che mi piace parecchio.

© Family

Sul nome “Family”

Ci chiedono spesso perché abbiamo chiamato il nostro studio “Family”, e la verità è che non abbiamo una buona risposta. È successo, diciamo, non per sbaglio, ma per un’intuizione, un po’ come avviene nel nostro lavoro. Lo abbiamo post-razionalizzato così: che noi finiamo sempre per discutere parecchio, e questo è il fondamento su cui si costruisce il nostro studio – discuti e discuti, ma a fine giornata ti trovi comunque a cena assieme. Quindi: famiglia è molte cose, ma anche la sensazione di essere legati gli uni agli altri. Io e Dong riteniamo di avere sempre avuto questo genere di conversazione a proposito del design. Non abbiamo sperimentato questo con nessun altro: così, semplicemente, siamo rimasti assieme.

È idea comune che una “famiglia” di oggetti implichi una serie di comunanze fra loro: eppure io sono più interessata alle differenze. Se pensi a una tipica tavolata nel giorno del Ringraziamento – con lo zio bizzarro e i cugini strambi – a volte non puoi fare a meno di chiederti se l’idea di famiglia sia più forte dei legami reali o delle relazioni fra alcune delle persone che la compongono. Ciò che sto dicendo è, credo, questo: dobbiamo prima di tutto credere nella Famiglia come concetto; il modo di concretarsi, poi, di questo concetto, dipenderà principalmente da noi.

© Brigitte Lacombe

Sulla partnership

Avere un partner significa beneficiare di punti di vista dei quali tu spesso non ti accorgi, perché troppo immersa nel tuo.

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Sugli spazi in comune

C’è una sfida, che contraddistingue ogni progetto. Disegno qualcosa e mi dico: “ecco, qui è dove le persone passeranno del tempo assieme, per stare bene”. E poi mi chiedo: “Ma succederà realmente?” A volte, lo stare assieme accade nei posti più impensati: sono quelli i posti più interessanti per me, da un punto di vista architettonico.

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Sullo stare da soli assieme

È evidente: le persone trascorrono sempre più tempo con i loro cellulari, a casa, o con i laptop, immersi nella tecnologia. Eppure, forse controintuitivamente, io penso che questo determini un maggiore bisogno di stare assieme. Tutti usano il cellulare, però sono assieme: lo si vede da come si fa uso delle lobby degli hotel come spazi sociali o dalla diffusione dei luoghi di co-working. Siamo sempre più alla ricerca di spazi dove, semplicemente, “passare il tempo”.
Ho riflettuto molto sulla natura degli spazi pubblici e su come la tecnologia stia influenzando la nostra attitudine allo stare assieme. La tecnologia tende a isolare: ma noi abbiamo un bisogno innato di essere circondati da persone, di vedere, sentire, guardare, ascoltare gli altri. Stiamo assistendo a cambiamenti, sia marginali che non, nel modo in cui abitiamo le città e in quello in cui trascorriamo il nostro tempo sociale. È davvero interessante: finiamo per adottare questi nuovi strumenti così rapidamente, da farli diventare una seconda natura dal giorno alla notte. Le nostre vite si trasformano in modo incredibile, eppure per nulla traumatico. Certo, tutto questo può essere criticabile: ma è un cambiamento che avviene in modo naturale e io sono affascinata dalla nostra capacità di adattarci, da come i nostri valori e desideri si accordano di conseguenza.

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Sul gioco come invito

Potete provare in ufficio, per quanto possa sembrare sciocco: ma se avete una pallina da tennis e ci state giocando, ogni persona con la quale inizierete una conversazione proverà il desiderio di giocare a sua volta. La prenderà e la farà rimbalzare e magari ve la restituirà o magari no. Le persone sono molto più interessate a giocare o a creare connessioni attraverso il gioco di quanto non sembrino. A volte basta il più insignificante dei gesti per metterle a loro agio. La pallina da tennis è solo un esempio, ma questi momenti sociali sono davvero la chiave per creare occasioni di inclusività, attraverso qualcosa che permetta alle persone di staccare, anche solo per un secondo. E quando dico “staccare”, intendo dalla quotidianità, dalla tensione. Sono sempre impegnata in qualcosa: adesso per esempio sto correndo, poi farò una telefonata, poi mangerò un boccone. Gran parte delle nostre giornate è prevedibile: sappiamo cosa faremo, i posti dove andremo, dove sederemo al ristorante eccetera. Le occasioni di inclusività permettono di fare una piccola pausa. Di scollegare la testa per un secondo. Può trattarsi di una texture, di oggetti, di uno spazio.

© Family

Sul vedere le cose

Non mi piace iniziare un progetto avendo già dei preconcetti sul significato o sulle aspettative delle persone. Per natura, sono molto incline al gioco e sono felice quando posso vedere qualcosa che semplicemente è diverso e mi sorprende. Credo che questo valga per le persone in generale. Può trattarsi di una cosa trascurabile – noi sappiamo essere molto intuitivi – perché il mondo che ci circonda è diventato così uniforme che spesso abbiamo perso la capacità di vedere le cose.

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