Intuito: Liam Clancy

© Liam Clancy

Liam Clancy
coreografo, ballerino, performer

Liam Clancy è un coreografo, ballerino e insegnante all’Università della California, San Diego.

Presentazione

Il mio lavoro si colloca alla periferia: nel confine fra danza, teatro, poesia e performance art. La gran parte della mia formazione – quella nettamente preponderante – è come ballerino. Insegno danza – come professore all’Università della California, San Diego – dal 2005. Negli ultimi anni ho portato la mia pratica artistica fuori dallo studio, e le mie esibizioni fuori dai teatri, rendendo la mia arte potenzialmente fruibile da chiunque si trovi nelle circostanze di notarla. Facendo questo, mi chiedo: che ruolo può avere la performance dal vivo, nel mondo? Come può offrire uno spazio di conversazione contestualmente al suo accadere?


Sull’intuito

L’intuito entra in risonanza con me in quanto artista. È più importante dell’istinto o dell’impulso. Il mio lavoro muove anche da quelli, ovviamente, ma quando mi affido all’intuito c’è uno spazio che si apre, che espande il mio senso del tempo. Posso cambiare il mio orientamento verso il mondo nello spazio di un’intuizione. Per me, l’intuito è una sorta di ascolto. Una delle definizioni che ne do è: “la capacità di comprendere qualcosa immediatamente, senza necessità di un pensiero conscio”. Come ballerino – o qualcuno che privilegia il movimento come strumento di conoscenza, un modo di essere nel mondo – affidarmi all’intuito mi dà la possibilità di esperire il mondo a più livelli, simultaneamente. Mi apro alle multiformi frequenze attraverso cui l’ambiente mi porge le informazioni. Posso notare cose che normalmente non noto. Tutto questo ha a che fare anche con la pazienza. È una fiducia che abbraccia le relazioni in generale: con i nostri pensieri, la nostra storia personale, con le persone che ci circondano, con colui o colei che crediamo di essere o che vorremmo essere. Le relazioni sono sempre multilivello, ma l’intuito ci dà la possibilità di tenere traccia – di tutti questi livelli – in tutti i modi che sono per noi fattibili, in quanto esseri umani. Nello spazio di un’intuizione abbiamo accesso a un’eredità che ci riporta ai nostri lontani progenitori: a ciò che sapevano del mondo e a come ne facevano esperienza.

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Un’abilità innata

Nel suo libro intitolato “Strange Tools: Art and Human Nature” (2015), il filosofo Alva Noë dice che noi esseri umani siamo molto bravi a organizzare. Se sto programmando una performance, posso organizzarla così: parto da qui, attraverso lo spazio a questa velocità e così via. Ma ciò in cui, come uomini, siamo sofisticati e realmente eccelliamo, è la capacità di riconoscere l’organizzazione già esistente e di reagire di conseguenza. Nel caso mio: come posso definire le condizioni di una performance affinché sia io che il mio pubblico siamo in grado di riconoscere l’organizzazione sottesa, ma allo stesso tempo scoprire qualcosa nella performance stessa? Perché non definire alcune condizioni di base, che destino interesse, ma anche lasciare spazio all’intuito sia del pubblico, che mio? Così tutto potrà accadere in un modo che sembra realmente vivo.

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Sul seguire l’intuito

Dare spazio all’intuito è vitale per ammorbidire le linee di separazione fra le persone – che appaiono rigide, sempre più rigide. È tempo di lasciare da parte i giudizi per darsi modo, prima di tutto, di sentire, percepire, sperimentare. Sentire, ed entrare in comunione con ciò che stiamo sentendo in tutti i modi che ci sono possibili. Per quanto tempo puoi mantenerti aperto alla possibilità di non sapere chi è qualcuno, o il significato di qualcosa? Per quanto tempo puoi accettare questo non-sapere? John Keats parla della capacità negativa, “quella capacità che un uomo possiede se sa perseverare nelle incertezze attraverso i misteri e i dubbi, senza lasciarsi andare a un’agitata ricerca di fatti e ragioni”. Questa concezione m’incoraggia ad approcciare le cose come se fossero nuove, con un senso di riscoperta.

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Sulla tecnologia

Quando mi esibisco in pubblico, non decido a priori come il mio lavoro dovrà essere strutturato. La tecnologia consente agli spettatori di catturare ciò che li interessa. Mi preme molto la facoltà di agire che ne deriva per loro. Io offro il mio lavoro e loro prendono tutto quanto – o solo quanto – di ciò che è offerto, li coinvolge. La tecnologia mi dà la possibilità di fare esperienza del mio lavoro in modo diverso, volta per volta, letteralmente attraverso gli occhi o la sensibilità di un’altra persona. Per molto tempo, gli spettatori non hanno avuto grandi margini di azione: dovevi stare seduto, fare silenzio e guardare. In un libro di Peter Brook del 1968 – “The Empty Space”, sul fare teatro – si dice: la differenza fra attore e pubblico dovrebbe essere pratica, non fondamentale. Ognuno svolge un lavoro diverso, ma entrambi sono pienamente preparati e qualificati per fare quel lavoro. Non è che ogni molecola di significato debba provenire da me, come performer, attraverso ciò che faccio. Piuttosto: può la mia curiosità di artista creare le condizioni affinché noi – performer e pubblico – possiamo accorgerci assieme di ciò che ci sta accadendo intorno?

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