Nearness: New York cerca il giusto equilibrio

Introduzione

Mentre le grandi metropoli si svuotano – proprio i flussi registrati dalle poste di New York confermano la fuga di trecentomila famiglie –, altre città intraprendono progetti in cui la prossimità è valore aggiunto e leva per innovazioni coerenti alle agende politiche legate agli obiettivi dell’Agenda 2030. Così Melbourne ha varato il piano “twenty minutes neighborhood”. A Copenaghen il quartiere Nordhavnen è stato soprannominato “five minutes to everything”. E Parigi ha precorso i tempi, con la sua Sindaca Anne Hidalgo che tra i primi ha inserito il modello della “città dei 15 minuti” come leva strategica dello sviluppo della capitale francese, seguita rapidamente da Milano.

I Città dei 15 minuti…
Chicago e NY precorsero i tempi

Il famoso distretto finanziario di Wall StreetIl famoso distretto finanziario di Wall Street

La città dei 15 minuti, concetto al quale ci hanno abituato le cronace recenti, è in realtà un tema sul quale istituzioni e progettisti si sono interrrogati per decenni, intuendo le opportunità sociali ed economiche derivanti da una efficace distribuzione degli spazi e dei servizi urbani. Così, nel 1909,Daniel H. Burnam elabora il  concetto della "neighborhood unit”, unità di vicinato,  per il piano della città di Chicago, e ne fa una proposta di assetto per la costruzione di nuovi quartieri residenziali compatti.

Già a inzio del secolo scorso si riteneva quindi  che la prossimità tra servizi, attrezzature pubbliche e abitazioni potesse costruire comunità dotate di una riconoscibile identità sociale e culturale di scala locale, in grado di contrastare l’anonimità tipica delle grandi città.
Tale proposta si inseriva in un  dibattito più ampio, nato all’inizio del Novecento in molte aree metropolitane nordamericane, su come contrastare la crescita delle principali città industriali.  Con l’avvento della motorizzazione di massa questi agglomerati, rischiavano di espandersi in modo incontrollato, generando anonime e sempre più lontane periferie.

Come alternativa fu quindi elaborato il concetto di città-regione, esplicitato per la prima volta nel “Regional Plan of New York and its environs”, pubblicato nel 1929 dopo ben sei anni di lavoro.

Il Piano aveva l’obiettivo di orientare l’attività di pianificazione in un’area che si estendeva attorno a Manhattan per circa 14mila chilometri quadrati e che contava nove milioni di abitanti, indicando una serie di indirizzi per i livelli istituzionali coinvolti. I più importanti erano:
— disincentivare alte concentrazioni insediative al centro delle città, attraverso programmi di edificazione residenziale in ambito suburbano, soprattutto con case mono e bifamiliari di bassa densità;
— riportare le principali attività produttive nel centro delle città, da cui stavano scappando per i crescenti livelli di traffico che rendevano le aree centrali sempre meno accessibili;
— promuovere la costruzione di nuovi quartieri residenziali “compatti”, secondo i criteri dimensionali e spaziali dell’unità di vicinato, appunto.
L’attuazione del Piano fu demandato alla volontà delle amministrazioni locali, non essendoci un livello di governo corrispondente al territorio interessato e questo, insieme ai primi investimenti autostradali del governo federale, contribuì al sostanziale fallimento di tutto il Piano.
Fattore principale di insuccesso di questa proposta spaziale fu proprio l’assenza di servizi: i nuovi quartieri residenziali fuori città erano infatti privi di quelle connessioni che erano alla base dell’unità di vicinato.  L’accesso a qualunque forma di socialità  rendeva necessaria l’automobile e l’attrattività di queste aree ne venne fortemente penalizzata, innescando così un circolo vizioso: meno le aree erano popolate meno risultava opportuno investire in servizi per aumentarne l’attrattività.

Il Piano di Chicago elaborato nel 1909 da Daniel H. BurnhamIl Piano di Chicago elaborato nel 1909 da Daniel H. Burnham

II Chi tornerà in ufficio nella Grande Mela
ridando valore alla prossimità?

Da un sondaggio condotto dalla società non profit Partnership for New York City solamente il 22 percento delle grandi società che ha uffici a Manhattan esigerà che i dipendenti tornino a lavorare in sede a tempo pieno. Il 66 percento è orientato verso un modello ibrido nel quale il personale sarà in ufficio solamente un paio di giorni alla settimana. Un altro 9 per cento ha invece deciso che gli uffici sono un asset del passato: in futuro sarà sufficiente una piccola sede direzionale con poche persone, mentre la maggior parte dei dipendenti potrà lavorare da casa.
È un orientamento che sta coinvolgendo molte società anche in Europa, ma New York risentirà particolarmente di questo repentino cambiamento; in città i centri direzionali sono due. Downtown con il distretto finanziario che si estende a raggiera intorno a Wall Street e a midtown c’è l’area intorno a Rockefeller Center. Ogni giorno, prima dell’arrivo della pandemia, si riversavano su Manhattan oltre 1,6 milioni di pendolari la cui presenza metteva in moto una catena economica molto importante per la città americana. Quali sono i punti vista delle aziende che si confronteranno concretamente con questi numeri?

La Library della Hamilton Grange Teen Center a New York, progettato da Rice+Lipka ArchitectsLa Library della Hamilton Grange Teen Center a New York, progettato da Rice+Lipka Architects

III Google, Facebook,
JP Morgan e Goldmand Sachs;
smart working sì o no?

Dalla ricetta di Google, che immagina un sistema flessibile e misto o, come hanno scritto sul blog aziendale, «un approccio ibrido», al ritorno in ufficio scelto da altre grandi aziende come JP Morgan e Goldman Sachs.
La posizione ufficiale di Google è stata espressa dal Ceo Sundar Pichai su Twitter: “Stiamo passando a una settimana lavorativa ibrida con la maggior parte dei googler in ufficio circa tre giorni a settimana. Offriremo più scelte su dove lavorare, in uno dei nostri numerosi campus o essere completamente da remoto in base al ruolo e alle esigenze del team. Offriremo vantaggi come la possibilità di lavorare da qualsiasi luogo per un massimo di quattro settimane all’anno. Il futuro posto di lavoro di Google avrà spazio per tutte queste possibilità”. Pichai immagina il 60% dei googler che lavorano insieme in ufficio alcuni giorni alla settimana, il 20% che lavora in nuovi uffici e il 20% che lavora da casa.

Chi è convinto di mantenere il lavoro da casa anche alla fine della pandemia è Facebook. La società di social media ha detto alla Bbc che pensa che il lavoro a distanza è il futuro. “Le persone che ricoprono ruoli idonei in Facebook possono presentare domanda per il lavoro remoto permanente, previa approvazione dei manager”.

© Ketut Subiyanto© Ketut Subiyanto

Il fondatore e Ceo di Facebook Mark Zuckerberg ha previsto che il 50% dei dipendenti dell’azienda potrà lavorare da remoto entro i prossimi cinque-dieci anni. Zuckerberg ha inoltre confermato maggiori investimenti in tecnologia per la presenza da remoto e tecnologia video. “Abbiamo investito in prodotti in grado di aiutare le persone a sentirsi connesse e a svolgere il proprio lavoro da qualsiasi luogo”. Workplace conta oggi più di 5 milioni di utenti a pagamento. “Stiamo annunciando una serie di funzionalità per migliorare la nostra offerta video su Workplace e Portal; Rooms for Workplace, Workplace per Portal tv e aggiornamenti di Workplace live. E per contribuire ad accelerare la crescente domanda di collaborazione e produttività basata sulla Realtà Virtuale, stiamo rilasciando Oculus for Business per tutti”.

Chi sembra convinto che il rientro in ufficio sia la soluzione migliore sono due banche americane, con sede a New York. Goldman Sachs ha chiesto alla maggior parte dei dipendenti negli Stati Uniti e in Gran Bretagna di tornare in presenza entro giugno. L’amministratore delegato David Solomon ha scritto una lettera al personale in cui chiede ufficialmente che negli Stati Uniti “coloro che non l’hanno ancora fatto si organizzino per essere in grado di tornare in ufficio entro lunedì 14 giugno 2021”. Stessa cosa per Jp Morgan. L’amministratore delegato Jamie Dimon ha osservato che la maggiore flessibilità consentita ai dipendenti che lavorano da casa part-time va bene ma non può sostituire la presenza in ufficio. “La pandemia ha accelerato una tendenza, ma non funziona per i più giovani. Non funziona per coloro che vogliono fare carriera e non funziona in termini di generazione spontanea di idee”.

JP MorganUna vista del distretto finanziario di Manhattan con il noto edificio a gradoni, sede della JP Morgan

IV Dark Store, base di prossimità per l’ecommerce

Mentre in California è operativo il primo supermercato Amazon Fresh (ipertecnologico, ma convenzionale per quel che riguarda l’offerta di gastronomia e prodotti da forno di giornata, i banchi di frutta e verdura fresche, i reparti di macelleria e pescheria, oltre alla classica infilata di scaffali con prodotti multibrand), a Brooklyn, nel distretto di Industry City, è stato avviato un progetto che trasforma il più classico degli store Whole Foods in un “dark market”. Quindi ancora una prima volta, che a New York prende le mosse da un luogo fisico solitamente adibito alla fruizione di un normale supermercato (pur interamente dedicato all’organic food) per farne un’appendice dello shopping online. Resta l’insegna Whole Foods, ma solo i dipendenti della catena possono accedere tra gli scaffali per selezionare i prodotti acquistati online dal cliente, riempire il carrello e consegnare la spesa al driver Amazon, che a propria volta recapiterà tutto al domicilio di chi ha inviato l’ordine , anche se per ora solo nell’area di Brooklyn.

Si tratta, dunque, di un magazzino pronto all’uso, allestito in una posizione strategica per raggiungere velocemente il bacino d’utenza di riferimento, e dunque adatto per stoccare anche prodotti deperibili, che necessitano di essere consegnati in tempi brevi. Il vantaggio di una struttura nata allo scopo, spiegano in casa Amazon, è quello di assorbire il ricorso sempre più frequente, e diffuso, alla spesa online, finora gestita dalla catena Whole Foods solo attraverso gli store convenzionali, con l’allestimento di punti dedicati al ritiro. L’idea sfrutta un’intuizione che si è resa necessaria durante il lockdown, quando diversi negozi del gruppo avevano chiuso battenti, per funzionare solo da punto di stoccaggio e ritiro della spesa online. Al momento, tutto è tornato alla normalità, fatta eccezione per questo nuovo polo di Brooklyn, che probabilmente aprirà la strada a un modello replicabile altrove, nelle grandi città.

Il nuovo Whole Foods Market a Brooklyn, un nuovo format per la consegna di prossimità degli acquisti onlineIl nuovo Whole Foods Market a Brooklyn, un nuovo format per la consegna di prossimità degli acquisti online

V Open street, una rivoluzione “on the road”

Nella New York che dal 1° luglio si appresta a riconquistare la normalità con la cessazione di ogni restrizione alle attività commerciali e culturali, l’ultimo anno è stato amministrato chiedendo grandi sacrifici anche al settore della ristorazione. E il processo di graduale ripartenza di bar e ristoranti è ancora in corso: solo dal 7 maggio, gli esercizi hanno potuto ricominciare a lavorare al 75% della capienza interna, mentre dal 17 maggio ci si può sedere anche all’interno. In tutto questo lungo periodo, però, l’utilizzo di dehor e terrazze è sempre stato consentito, proseguendo persino durante il rigido inverno newyorkese. E questo modo di vivere la città ne ha cambiato il volto, trasformando molte strade, isolati, parchi di New York e Brooklyn (da Manhattan al Queens, a Williamsburg) in una ininterrotta sequenza di locali cielo aperto.

Buona parte del merito si deve al programma di pedonalizzazioni temporanee Open Streets, varato durante l’estate 2020 dal consiglio comunale, che ora pensa di rendere permanente l’iniziativa: anche quando la pandemia sarà superata dunque, i distretti e le comunità locali potranno far richiesta all’amministrazione per partecipare al programma, e, periodicamente, la mappa digitale di strade e piazze pedonalizzate sarà aggiornata, mentre – dove consentito dall’urbanistica – si procederà all’allestimento di arredi urbani permanenti per favorire l’attività all’aperto di bar e ristoranti. Al momento il programma amministra venti diversi siti in cinque quartieri della città, da Vanderbilt Avenue (Brooklyn) alla 34th nel Queens.

Alcune strade di New York completamente ripensate grazie al programma Open Street, che consente l’occupazione gratuita, se autorizzata, di parte degli spazi stradali Alcune strade di New York completamente ripensate grazie al programma Open Street, che consente l’occupazione gratuita, se autorizzata, di parte degli spazi stradali

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