Intuito: Ingrid Fetell Lee

© Ingrid Fetell Lee

Ingrid Fetell Lee
Scrittrice, designer

Ingrid Fetell Lee ha una formazione come industrial designer. È stata Design Director presso IDEO. In questo momento, sta lavorando a un libro intitolato “Joyful”, la cui pubblicazione è prevista per l’autunno del 2018. È particolarmente interessata ai modi in cui l’estetica influenza le nostre emozioni.

Presentazione

Ho studiato come industrial designer al Pratt e trascorso gli ultimi sei anni in IDEO, dove ricoprivo il ruolo di design director. Da due anni circa mi sono presa un sabbatico, per lavorare a un libro intitolato “Joyful”. Il saggio muove da una ricerca iniziata al Pratt, su come l’estetica influenzi le nostre emozioni. Prendo in considerazione cose come la trama, il colore, il pattern, la forma e il modo in cui questi aspetti formali influenzano il nostro benessere emozionale e, per estensione, la nostra salute fisica, creatività, produttività, e le nostre relazioni.

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Sull’intuito

Una delle cose che più mi preme spiegare è questa: la nostra percezione di ciò che ci circonda accade inconsciamente. Siamo stati educati o convinti a credere che la nostra relazione con l’ambiente vada dall’interno all’esterno. E siamo chiamati a esprimerci, a lasciare un segno su ciò che ci circonda. Non si parla mai della relazione inversa: che, dal mio punto di vista, è molto più importante. L’ambiente – di cui facciamo esperienza attraverso i sensi – ha un’influenza sul nostro benessere. Il nostro intuito ci porta naturalmente a discriminare fra ciò che ci fa stare bene e ciò che ci fa stare male: eppure, in un certo senso, ci è stato detto di ignorare tutto questo. E moltissimi approcci al design hanno cercato di ignorare i nostri naturali impulsi verso la gioia, il colore, la luce, la brillantezza.

Fondamentale, in tutto ciò, è il ruolo dell’evoluzione. Uno degli aspetti che prendo in considerazione è il divario creatosi fra l’ambiente in cui viviamo oggi – per come è stato edificato, nell’arco di diverse centinaia di anni, rispondendo a diverse filosofie del design – e l’ambiente nel quale ci siamo evoluti nel corso di molti, molti, molti millenni, quando vivevamo come cacciatori-raccoglitori. Mi preme capire come i nostri cervelli e i nostri sensi, calibrati per quell’ambiente naturale, abbiano reagito al trasferimento in questo altro ambiente, e perché l’intuito a volte fallisce. L’intuito ha a che fare con ciò a cui tendiamo o da cui ci allontaniamo. Il nostro, è stato modellato per un ambiente diverso: e noi siamo costretti a convivere con un contesto molto differente da quello per il quale siamo stati programmati. L’ambiente naturale è dinamico e in costante mutamento: l’ambiente costruito è ben lungi, invece, dall’essere così.

Un altro modo di pensarci, è come inconscio collettivo junghiano, che ci tramandiamo attraverso il DNA. Siano dotati, singolarmente, di un pensiero intuitivo che ci deriva da ciò che abbiamo appreso e dalla nostra personalità innata; ma esiste anche questo intuito universale, che ci conduce verso comportamenti assai comuni: in genere, evitiamo gli angoli bui, o gli spazi compressi. Le persone tendono naturalmente verso certi luoghi e rifuggono da certi altri. Cerchiamo posti dove vi sia una buona esposizione solare, a meno che non ci troviamo nel deserto o in piena estate – nel qual caso cerchiamo l’ombra. Questi modelli universali di comportamento dimostrano che possediamo una sorta d’intuito condiviso.

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Sull’estetica della gioia

Pensiamo a tutto ciò che viene considerato “allegro”: i colori brillanti, le forme rotonde (hula hoop, giostre, fiori)… Possiamo guardare una scena o un oggetto e tentare di analizzare la nostra reazione di fronte a esso: perché mi fa sentire così? che circuito innato della contentezza sta attivando, da qualche parte, nel mio cervello? In termini generali, l’estetica della gioia funziona a prescindere dal fatto che noi ne siamo consapevoli. Le persone possono ripetersi fino allo sfinimento di amare i mobili molto frastagliati o pieni di angoli, e questo può anche essere vero. Ma il fatto di apprezzarli e reputarli belli, non cancella i piccoli impulsi che si stanno producendo nel loro cervello e che li fa sentire a disagio. Io credo che rendendo le nostre vite maggiormente consapevoli di questa più profonda e universale estetica della gioia, possiamo restituire all’ambiente costruito ciò di cui spesso è carente.

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La nostra parte migliore

Il tono emotivo influisce su molte delle cose che facciamo. Se attraverso queste estetiche riusciremo a portare alla nostra vita più gioia, diventeremo forse più aperti, collaborativi, creativi, disponibili. Come possiamo fare uso del nostro ambiente perché ci aiuti a ottenere il meglio da noi stessi? O il meglio da chi, ogni giorno, si reca al lavoro, va a scuola, o si trova costretto in ospedale o si sposta in una città affollata? Come possiamo, fattivamente, modellare l’ambiente e introdurre oggetti che siano in grado di evocare la nostra parte migliore, giacché questa parte migliore dipende in larga misura dal contesto in cui ci troviamo?

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