Modelli di abitare condiviso

17 novembre 2022

Si stima che entro il 2030 la popolazione mondiale aumenterà di 1,2 miliardi di persone e che il 40% di questi vivrà in aree urbane. Per sostenere tale crescita è necessario concentrarsi su modi più sostenibili di costruire e abitare le città. Una possibilità può essere il co-living: una forma di abitare condiviso tra comunità di persone vicine come interessi o modalità del vivere, all'interno di complessi architettonici progettati per ospitare tali comunità. Non è soltanto una nuova tipologia residenziale, ma anche una nuova formula di business, che vede figure professionali che agiscono da “registi” e consulenti nell'intero network degli operatori – investitori finanziari, sviluppatori immobiliari, progettisti, amministratori e gestori non solo dell'immobile ma anche delle attività delle persone che lo abitano. Ne parliamo con due realtà che operano in questo ambito: il maggiore player di co-living europeo Habyt e la società di ricerca e consulenza londinese Conscious Coliving.

[Leggi anche l'intervista a Parag Khanna, “Migrazioni e nuove geografie urbane” e “Il progetto del vivere” secondo Arper]

PolyBloc, edilizia prefabbricata, design Cutwork per Bouygues Immobilier.

I Le forme del vivere condiviso

“Il co-living gestito professionalmente”, precisa Matt Lesniak, cofondatore di Conscious Living, “risale all'inizio degli anni 2010 negli Stati Uniti, in risposta ad alloggi piuttosto costosi. Alcune forme erano conosciute come 'hacker house', perché ospitavano gli addetti delle 'tech companies' di San Francisco: tipologie residenziali dove alloggiare e anche lavorare insieme in spazi comuni. I primi modelli di vita condivisa, tuttavia, risalgono agli anni Sessanta e Settanta negli Stati Uniti, in Danimarca o in Scandinavia: forme di co-housing comunitarie e auto-organizzate. Negli ultimi 10 anni, si nota un maggiore interesse da parte degli investitori e dei pianificatori urbani. Dalla Pandemia sempre più gruppi del settore hospitality sperimentano modelli ibridi, offrendo diverse soluzioni a breve e a lungo termine. Anche se abbiamo visto modelli di ospitalità ‘ibrida’ anche prima del Covid”.

Ambienti comuni a The Store House, Leeds, progettata da Corstorphine & Wright Architects con il developer Manner.

Su queste forme di “shared living”, la società Conscious Coliving, nata a Londra nel 2018 ma gestita in remoto da differenti città, opera ricerche e offre consulenza a start-up, investitori privati o Gruppi, imprese e comunità di persone che stanno costruendo ambienti di vita condivisi. Tra i clienti, il gestore immobiliare internazionale Greystar. “'Shared living' raggruppa diverse tipologie di abitazione condivisa, dal co-housing gestito autonomamente dagli stessi residenti – spesso case private con spazi in comune – ai co-living gestiti professionalmente per anziani o studenti con molteplici spazi in condivisione. Oppure, ci sono i 'nomad co-living', per lo più ville condivise da vivere per un tempo limitato in destinazioni quali Bali o sud della Spagna, Portogallo o Costa Rica, o ancora ci sono i 'purpose-built shared living', costituiti da complessi edilizi urbani su scala più ampia per permanenze più a lungo termine. Alcuni contano anche 500 stanze nello stesso edificio, in cui ciascun piano presenta un diverso tipo di area comune. Le prime forme di co-living hanno ottimizzato il più possibile gli spazi proponendo ambienti privati da 18 a 24 metri quadrati con cucina, bagno privato e camera da letto o un piccolo spazio ufficio. Oggi il modello non si discosta tanto nelle dimensioni – seppur i modelli più recenti stanno lavorando per aumentare le dimensioni delle camere da letto (anche solo 5 metri quadrati in più fanno la differenza!) – quanto nei servizi che vengono offerti alla comunità. Ci sono co-living per giovani famiglie, genitori single, senior o modelli più intergenerazionali. Ciascuno richiede alloggi per esigenze diverse, con servizi di assistenza e di 'community management' ad hoc. Molti interventi architettonici sono di retrofit all'edilizia esistente, dai condomini da 50 camere alle case a schiera. In termini di architettura, gli sviluppatori stanno implementando interessanti soluzioni modulari e prefabbricate con attenzione alla sostenibilità e alle tecnologie digitali per la gestione delle comunità”.

Uno dei co-living gestiti da Habyt a Frankfurt in Gref-Völsing-Straße.

II Modelli di business e abitudini abitative

“Il co-living è una soluzione alla sfida della crescita urbana”, sottolinea Luca Bovone, fondatore nel 2017 di Habyt, società nata per offrire case in condivisione, stanze e appartamenti pronti all’uso, aiutando i giovani a trovare alloggi nelle grandi città europee. “Il co-living propone un uso più efficiente delle superfici abitative: aumentando il numero di unità abitative per superficie abitabile, il co-living offre rendimenti migliori sui progetti immobiliari rispetto agli investimenti più tradizionali”.

Habyt ha iniziato con un appartamento a Berlino, sperimentando quanto possa essere complesso e frustrante trovare casa: burocrazia, informazioni disperse, alti costi di costituzione e coinquilini difficili. Negli anni ha acquisito le tedesche GoLiving e Quarters, la spagnola Erasmo’s Room e la start-up italiana Roomie. Oggi dispone di 10 mila stanze in 11 paesi e 21 città nel mondo per un flusso di circa 15 mila clienti l'anno. E, grazie all'accesso semplificato online agli immobili e al design standardizzato degli spazi, propone soluzioni semplici e comprensibili. “Oggi il cliente ha solo due scelte”, precisa Bovone: “un appartamento tradizionale, difficile da affittare se qualcuno è straniero o se semplicemente non è un buon prodotto; oppure un hotel o un airbnb, che può essere un'ottima esperienza ma è molto costoso per periodi più lunghi. Habyt è la soluzione intermedia per chi ha bisogno di una camera o di un piccolo appartamento (studio) per qualche mese. I nostri membri soggiornano in media per 9 mesi. I clienti sono per lo più giovani professionisti dai 22 ai 35 anni che lavorano a livello internazionale. Oggi il nostro mercato più grande è in Germania. In secondo luogo, Singapore, Paesi Bassi e Italia. Crediamo che il mercato del co-living stia crescendo ovunque ma, per noi, in particolar modo a Lisbona e in Portogallo”.

Progetto unità multifunzionale di Cutwork, produttore letto: Escape.

Non solo in grandi città. “Gli stili di vita e i bisogni stanno cambiando”, precisa Lesniak. “Il co-living sta sviluppandosi anche in città secondarie come Manchester e Leeds, Lione, Marsiglia e Reins. Nel Regno Unito c'è perfino una politica di pianificazione per il co-living. Gli Stati Uniti, storicamente, sono un mercato grande, così quelli indiano e cinese che devono la crescita del modello soprattutto al bisogno di alloggi di qualità maggiore, dato lo scarso livello e i costi elevati delle abitazioni. Ma in tutte le principali città del mondo si stanno verificando tendenze simili: solitudine, inaccessibilità e crisi abitativa, nuovi modi di lavorare a distanza e vita fuori sede stanno spingendo questi modelli condivisi”.

Spazio Hana coworking, Dallas, USA. © JJ Jetel. Sedute Cila e Aava by Arper.

III Lavorare in equipe

Il co-living diventa un sistema, non solo architettonico, ma operativo. Fornire residenze “chiavi in mano” implica la progettazione dei loro interni, così come la manutenzione e la gestione degli immobili. “Abbiamo un team interno di oltre 170 addetti tra cui architetti e interior designer”, continua Bovone. “Generalmente, il lavoro strutturale è curato dai progettisti dei proprietari degli immobili, ma possiamo dare qualche indicazione! Mentre gli interni sono curati al 100% dal nostro team di progettazione”. Dunque, c'è chi opera in modello di business integrato verticale, a partire dallo sviluppo degli investimenti, e chi, come gli imprenditori più piccoli, non ha le competenze interne se non per gestire lo spazio. Quindi il business del co-living diventa un processo in partnership. “La maggior parte del lavoro che svolgiamo è collaborativo e ci appoggiamo a un network di competenze esterno. Anche per l'interior design collaboriamo con differenti studi che ci piace mettere in luce, come i parigini Cutwork che si occupano del design di interni e degli arredi di alcune tra le residenze più interessanti a cui abbiamo collaborato”.

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